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Intervista a Valerio Angiolillo

Valerio, per iniziare ti chiederei di presentarti brevemente e di raccontarmi il tuo iter formativo, qual è stato il tuo percorso di studi e quando hai capito di volerti dedicare all’arte.

Mi chiamo Valerio Angiolillo, ho venti anni e ho sempre avuto un’inclinazione al disegno e alla pratica artistica, anche se inizialmente soltanto come interesse. La svolta è avvenuta durante il terzo anno al Liceo artistico Ripetta di Roma quando ho conosciuto Virgilio Mollicone, docente di Pittoriche. Tre anni dopo il conseguimento del diploma Virgilio e Monica Nicoletti, la madre di Simone Cassese, anche lui allievo di Mollicone, hanno creato Ultrablu, che è lo studio dove lavoro tuttora insieme ad altri artisti e compagni di classe, come Giacomo Calderoni e altri amici che frequentavano il Liceo Ripetta. Adesso Ultrablu è diventata una casa editrice e questo mi ha permesso di fare una mostra personale a gennaio e di pubblicare il mio primo libro Cura Materies nel 2018.

Parliamo dell’Associazione Ultrablu, atelier d’arte e casa editrice, che si occupa anche di promuovere il lavoro di artisti diagnosticati con disturbo pervasivo dello sviluppo. Perché l’inclusività è così importante per voi e in che modo l’Associazione aiuta questi artisti a inserirsi nell’ambito lavorativo?

Ultrablu nasce dal voler dare un’opportunità a ragazzi con disturbi pervasivi dello sviluppo ( DPS), ragazzi con problemi di autismo, sostanzialmente ragazzi neuro-atipici con inclinazioni artistiche. Il progetto è nato dalla madre di Simone, dotato di un’incredibile capacità di sintesi nei suoi disegni. Visto che Virgilio ha notato subito il talento non indifferente di questo ragazzo, come pure di Andrea Calcagno, autore di La Parata (N.d.R. silent book pubblicato da Ultrablu nel 2018, in cui il racconto procede per immagini quasi esclusivamente di animali), è partita l’idea di dare loro, e in seguito anche ad altri ragazzi, l’opportunità di essere autori a tutti gli effetti, evitando che, una volta terminato il liceo, fossero costretti a svolgere lavori tecnici disperdendo il loro talento. Quindi questo progetto nasce dall’idea di volere enfatizzare questi talenti e metterli al pari di altri autori. Ultrablu mette in contatto artisti neurotipici e artisti neuro-atipici, senza dare risalto al fatto che siano autistici o altro, considerandoli autori a tutti gli effetti. Questi ragazzi realizzano i loro progetti in maniera indipendente, sono autosufficienti in molte pratiche all’interno dello studio. Per esempio ad Andrea è bastato soltanto aprire Photoshop, con qualcuno che lo guidasse nei comandi di questo programma, per poi arrivare a scrivere La parata, libro bellissimo. Per noi, e per me in particolare, è un piacere lavorare con loro e con altri ragazzi con i quali ho condiviso l’esperienza del Liceo. È bellissimo condividere uno spazio in maniera libera, uno spazio dove tutti siamo allo stesso livello e c’è un dialogo continuo tra tecniche diverse e immaginari diversi. Ultrablu è un posto inclusivo dove - Simone e Andrea ce lo insegnano - si tende a cercare di non avere paura del giudizio di chi poi vedrà il lavoro o di chi in qualche modo ti incanala verso determinate strade. Non è scuola, è uno studio a tutti gli effetti dove si è liberi di fare la pratica che si vuole.

Sul sito dell’Associazione è riportata una citazione di Dubuffet, l’artista che ha teorizzato il concetto di Art brut. Dubuffet ritiene che l’espressione artistica risieda dove meno ci si aspetterebbe di trovarla e arriva a sostenere che l’eccesso di cultura soffoca e avvelena l’arte. Sei d’accordo con la visione di Dubuffet? Secondo te quanto è importante lo studio e l’esercizio quotidiano nella formazione di una identità artistica?

Essenzialmente Dubuffet e l’Art brut sono per noi un punto di riferimento e di ispirazione molto importante. Quello che ha fatto Dubuffet è bellissimo: ha raccolto le opere di artisti che erano internati in ospedali psichiatrici o vivevano in condizioni psicologiche ai limiti, lavori che per lui non erano incatenati a sovrastrutture legate a varie dinamiche sociali o agli insegnamenti accademici. Io personalmente tra gli artisti dell’Art brut amo Adolf Wolfli, i cui lavori sembrano usciti dall’immaginario degli Aztechi o simili e mi chiedo se avrebbe fatto gli stessi lavori se non avesse vissuto una vita cosi turbolenta: una situazione familiare difficile e l’internamento in un ospedale psichiatrico. Per quanto riguarda Ultrablu, tra i ragazzi che hanno frequentato lo studio io ho molto da imparare da Simone, che lavora in maniera velocissima, fa dei segni molto veloci ma precisi e sa perfettamente dove andare. È come se non pensasse minimamente a chi poi vedrà il suo lavoro e giudicherà quello che fa. Non si preoccupa di proporzioni, di colori giusti o sbagliati e cose simili. Si esprime in maniera diretta e non so se questo potrebbe derivare dal non essere costretto in dinamiche legate agli studi che fa; dall’altra parte vedo invece noi artisti neurotipici che ci preoccupiamo molto di colori, forme e proporzioni e del giudizio di chi guarderà l’opera. Mal’Art brut ormai è quasi impossibile da trovare, è quasi morta, adesso nasce come arte outsider. Un esempio a cui noi ci riferiamo è il Gugging (N.d.R. il Museum Gugging di Vienna, spazio espositivo aperto agli artisti dell’Outsider art).Gli artisti dell’arte outsider hanno una visione che io un giorno spero di avere, ma chissà se riuscirò mai a liberarmi del tutto dallo schema mentale del giudizio di chi poi vedrà il mio lavoro.

Hai pubblicato un libro edito da Ultrablu, Cura Materies. Perché hai scelto questo titolo e qual è stata la genesi del libro?

Cura Materies è il primo libro che ho pubblicato con Ultrablu nel 2018. Il titolo deriva dalla tecnica usata per tutte le tavole del libro: il monotipo. Si tratta di una tecnica calcografica a metà tra la calcografia e la pittura, quindi non rimane una matrice fissa ma si usa una lastra e si cambia immagine dipingendo sulla stessa superficie forme nuove, si stampa una sola volta, poi si pulisce la lastra e si ricomincia sullo stesso pezzo di plexiglas o di metallo, ma realizzando una sola stampa per volta. Quindi questo processo è infinito, un infinito dialogo tra la tua mente, la lastra e l’immagine finale. Usando il torchio poi entrano in gioco dinamiche che non si possono prevedere, quindi molte volte l’aggiunta di acqua o di oli diversi o carte diverse porta a effetti che sotto al torchio cambiano radicalmente. Cura Materies deriva dal fatto che, a un certo punto, facendo stampe su stampe, questo dialogo continuo è diventato “una cura attraverso la materia”, la materia calcografica fatta di un inchiostro molto denso e nero. Tutte le tavole sono in bianco e nero e questa scelta è sostanzialmente il tema del libro, che non è un libro narrativo ma è strutturato in quattro capitoli, ognuno dei quali ha un’atmosfera propria. E’ un dialogo continuo tra luce e ombra, la luce non è presente se non c’è ombra e l’ombra non è visibile in maniera delineata se non c’è una scintilla che la rivela, senza la quale ci sarebbe solo oscurità. Questo dialogo crea situazioni, atmosfere, forme molto diverse l’una dall’altra. Poiché essenzialmente il monotipo non permette dettagli definiti al cento per cento, queste forme si collocano a metà strada tra un astratto e un figurativo, quindi vi si possono riconoscere certi elementi ma poi ogni persona le interpreta liberamente. Ed è divertente perché mi hanno raccontato il mio libro in centinaia di modi diversi.

Hai parlato dell’importanza della materia. Per te quanto è importante sperimentare attraverso tecniche, materie e supporti diversi?

Per me è importantissimo, è quasi la parte più bella di questo lavoro. Essenzialmente sono molto incline alla pittura, a elementi più pittorici che scultorei ma sono attratto anche dalle tecniche calcografiche perché mi affascina questo processo che si incide su un metallo per sempre. Ma allo stesso modo poi sono attratto dalla pittura classica nel senso di avere a disposizione una tela, dei colori e creare un’immagine che si sviluppi sopra questa superficie. Inoltre mi interessa molto la musica, specialmente la musica elettronica. Questo è un interesse che in qualche modo si ricongiunge a tutto il resto delle tecniche. Quindi è come se non vedessi una tecnica specifica soltanto per uno scopo, è come se nella mia mente queste tecniche fossero tutte collegate, perché magari una manca di qualcosa ma la compensa con un altro materiale, un’altra tecnica, e via dicendo.


Se dovessi descrivere la tua arte utilizzando solo tre parole chiave, quali sceglieresti e perché?

Tre parole non saprei dirtele perché variano a seconda del tipo di lavoro. Se dovessi descrivere il lavoro che faccio pittoricamente utilizzerei alcune parole, per la musica invece cambierebbero radicalmente. Però un elemento comune è proprio l’interesse per la materia stessa, che sia pittura,calcografia o l’astrazione della musica. C’è una connessione tra tutte le tecniche, tutti i lavori che ho fatto si compensano tra di loro. Cura Materies è radicalmente diverso dai dipinti su tela, infatti è in bianco e nero con una tecnica calcografica senza matrice, invece i miei dipinti sono molto colorati e con forme più riconoscibili, più figurative. Tuttavia questi lavori sono accomunati dal fatto che attingono da elementi antichi. Sono molto attratto dagli idoli e da come essi vengono usati in alcune pratiche rituali nei paesi del Sudamerica o dell’Asia, quindi questi elementi ricorrono nei miei lavori.


Quali sono le correnti che ti hanno ispirato maggiormente? C’è un artista in particolar modo a cui ti sei ispirato?

Le ispirazioni più grandi provengono da registi o da scultori. Tra i registi Lynch o Tarkovskij hanno avuto una grande influenza sui miei lavori. Alcuni fotografi come Salgado o Koudelka mi hanno spinto a indagare certi aspetti di una popolazione, ad avere un occhio anche antropologico su quello che succede nel mondo e questo si riflette nei miei lavori anche per quanto riguarda i rituali, fortemente presenti anche in questi fotografi oppure in scultori come Richard Serra o Anish Kapoor. Questi artisti mi hanno ispirato sia visivamente che tematicamente.

È molto bello il fatto che tu abbia citato personalità provenienti da ambiti molto differenti. Questo fa riflettere sulla trasversalità delle arti. Hai parlato di cinema, di fotografia, di musica elettronica, vuoi dirmi qualcosa di più riguardo ai tuoi interessi al di fuori della pittura?

Essenzialmente i miei principali interessi al momento sono l’arte e la musica. Inoltre mi piace scattare foto per il puro interesse di comprendere alcuni aspetti della realtà. Il dialogo tra luce e ombra, presente anche in Cura Materies, molto spesso si ritrova anche nei miei dipinti. Attraverso la fotografia riesco a ricordare certi particolari che altrimenti scorrerebbero senza mai fermarsi. Invece per me la musica elettronica è un collegamento verso l’astrazione. Molti amici mi prendono in giro per il fatto che molto spesso nelle canzoni che ascolto non c’è neanche una parola, ma ciò mi permette di fermarmi a immaginare certe situazioni, ambienti, particolari o cose che si sviluppano automaticamente nella mente. Per me la musica elettronica è qualcosa che si sviluppa in maniera astratta, non visiva ma soltanto sonora, qualcosa che stimola a pensare a luoghi sconosciuti o a qualcosa di inimmaginabile. Non a caso la mostra che abbiamo fatto grazie a Ultrablu si chiama Fernweh, termine tedesco che mi piace perché indica la nostalgia di un luogo mai visto, evoca un luogo nel mondo dove non sei mai stato.

Quali sono secondo te le prospettive per un giovane artista in Italia? Tu hai avuto esperienze internazionali, attualmente studi a Londra. Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso?

Le prospettive per un artista italiano, parlo soprattutto di Roma che è la città che ho vissuto in prima persona, secondo il mio punto di vista sono critiche tant’è che ho fatto la scelta di studiare all’estero, ma la situazione non è del tutto persa perché, per esempio, un progetto come Ultrablu fa ben sperare. Per me è una gioia vedere questo progetto crescere. All’inizio eravamo quattro-cinque persone mentre ora siamo più di venti, e sono tutte persone che ti stimolano e ti mettono alla prova, si creano relazioni che aiutano a crescere. Ciò mi porta ad affermare che esistono dinamiche e realtà che si possono creare e sviluppare indipendentemente dal luogo e dal contesto, realtà che possono nascere anche in Italia e a Roma, se c’ è l’interesse a fare qualcosa. Io ho trovato persone all’interno dello studio che mi hanno fatto diventare quello che sono.

Per concludere, quali sono i tuoi progetti per il futuro a breve e a lungo termine?

A breve termine intendo continuare a partecipare a festival con Ultrablu e spero che verranno realizzate alcune mostre sempre dedicate all’editoria e all’arte. Il progetto futuro a lungo termine è di portare Ultrablu anche all’estero. Nonostante l’accoglienza positiva ricevuta in Italia sarei curioso di sapere cosa accadrebbe nel resto d’Europa.