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Motherless Brooklyn

La ripresa del passato in chiave nostalgica è questione assai ambigua e contraddittoria. L’anno dell’uscita di La La Land il regista Damien Chazelle dichiarava di non trovare nulla di sbagliato nello “scrivere una lettera d’amore agli aspetti di una forma d’arte che ami”, in questo caso il musical, “anche se hanno 50 anni”. Ma cosa separa una sincera e commossa rievocazione di generi ormai tramontati o trasformatisi in maniera quasi irriconoscibile da un atteggiamento passatista, perfino parassitario nei confronti di quelle forme e atmosfere? Un interrogativo di grande rilevanza nell’epoca della bulimia citazionista postmoderna, e che trova oggi in Motherless Brooklyn ulteriore motivo di discussione.

La seconda prova da regista di Edward Norton è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo poliziesco di Jonathan Lethem, un progetto portato avanti per quasi due decenni - il film precedente di Norton, la commedia romantica Tentazioni d’Amore era di ben 19 anni prima. Il noto attore americano scrive, dirige, interpreta e coproduce un lungo e complesso noir ambientato in una New York anni ‘50, dove Lionel Essrog, detective privato con la sindrome di Tourette, tenta di svelare il mistero che si cela dietro all’omicidio del suo mentore (Bruce Willis), sprofondando in una spirale di corruzione e violenza che sembra fare capo ai loschi traffici di un magnate dell’edilizia (Alec Bladwin).

I tratti distintivi dell’operazione compiuta da Norton sono perfettamente riconoscibili già a partire dalla frenetica sequenza d’apertura: uno spazio piuttosto ampio viene lasciato all’esuberanza recitativa dell’attore-regista, qui in grado di trasmettere immediata simpatia per un personaggio dominato da spasmi e tic di ogni sorta, senza per questo scivolare nel facile macchiettismo; si fa poi notare una raffinata quanto debordante scrittura dei dialoghi e, soprattutto, l’ottimo lavoro del direttore della fotografia Dick Pope, che asseconda con tagli di luce espressionisti l’evidente passione di Norton nei confronti dei classici dell’hard boiled.

Negli anni ‘70 un film come Chinatown di Polanski - qui esplicitamente citato nelle sequenze della conferenza stampa o delle ricerche tra gli archivi pubblici - proponeva un sentito omaggio al giallo chandleriano, contribuendo a fondare una vera e propria corrente, quella del cosiddetto neo-noir, basata sulla riproposizione di temi e atmosfere dei classici del noir hollywoodiano anni ‘40 e ‘50, film quali La fiamma del peccato, Il grande sonno, o il periodo americano di Lang ecc; punti di approdo di questo specifico filone del noir potrebbero essere individuati nelle trasposizioni cinematografiche di due romanzi di James Elleroy: L.A. Confidential di Curtis Hanson e il meno convincente Black Dahlia di Brian De Palma. Mettendo a confronto queste pellicole, non è difficile riscontrare un comune spirito di adesione nostalgica, lo stesso che permea Motherless Brooklyn a tutti i livelli: non solo nei costumi di Amy Roth o nelle scenografie di Beth Mickle, ma anche nei luoghi comuni del genere (la morte del collega come spinta propulsiva della vicenda è un espediente che risale addirittura a Il Mistero del Falco di John Houston) e nel gusto per un racconto complesso e labirintico, memore delle affascinanti tortuosità de Il Grande Sonno di Hawks, ma che non riesce a evitare, soprattutto nell’ultima mezz’ora, uno sviluppo disarmonico e qualche scompenso narrativo.

E infine, il jazz. La magnifica colonna sonora di Daniel Pemberton, eccezion fatta per una malinconica ballata pianistica di Thom Yorke (Daily Battles), occhieggia in maniera insistita al mondo sonoro del cool jazz – rilevante nel film anche a livello di trama – avvalendosi della partecipazione del trombettista Wynton Marsalis. Su quest’ultimo aspetto vale forse la pena di spendere qualche parola in più, proprio perché la presenza di un mostro sacro del jazz contemporaneo come Marsalis si presta a riflessioni più ampie intorno al dualismo modernità/tradizione.

Nel corso della sua vasta attività discografica e concertistica, Marsalis è sempre stato al centro di un acceso dibattito, le cui radici vanno ricercate nella qualità della sua musica, ancorata a un’interpretazione piuttosto classica del jazz, quella dell’hard bop anni 50. Il trombettista etichetta come “eresie” il free jazz di Ornette Coleman o le svolte elettriche e prossime al mondo del rock operate da Miles Davis. Senza volerci addentrare ulteriormente in ambiti di pertinenza della critica musicale, basti notare in questa sede come, a dispetto di tale ottica intransigente e conservatrice, è innegabile che la musica di Marsalis sia di notevole qualità, tra brillanti esecuzioni, ricchezza degli arrangiamenti e ottime collaborazioni. E dunque il jazz di Marsalis funge da trait d’union con l’annosa questione accennata nelle prime righe: in quale misura può l’innovazione rappresentare il metro di giudizio privilegiato di un’opera, sia essa musicale o cinematografica?

Sicuramente Motherless Brooklyn - così come la musica del trombettista americano - non porta avanti il genere, ma d’altronde la storia del cinema non ha mai seguito una traiettoria unidirezionale, ricca com’è di movimenti curvilinei, ritorni al passato, inversioni di rotta. In uno stesso periodo possono convivere alcuni proiettati nella modernità e altri più tradizionalisti, ma non per questo meno necessari.

Il valore del film di Norton non va cercato nella sua forza dirompente. Neanche nell’elemento politico, presente ma abbastanza sbiadito – difficile non riconoscere nel magnate Alec Baldwin un’immagine dello stesso Trump -. E nemmeno nella soluzione dell’intreccio, che scandaglia i torbidi segreti di una famiglia alto-borghese (ennesimo retaggio di Chinatown). Quel che conta in Motherless Brooklyn è il fattore immersivo, la capacità di restituire nell’arco di due ore e mezza un mondo evanescente, forse mai esistito al di fuori dello schermo cinematografico. Perché Motherless Brooklyn è proprio questo, è hard bop, è una vorticosa e sincopata rievocazione di inseguimenti su auto bombate, jazz club e vicoli di una metropoli fumosa e violenta. E se non mancano espedienti di messa in scena più aggiornati, il linguaggio che sceglie di adottare Norton è quello della malinconia. E non è forse questa una scelta moderna, nella misura in cui è condivisa da tanto cinema contemporaneo? Forse questo rifugiarsi nei chiaroscuri degli anni ‘50 ci racconta più di quanto sospettiamo sull’America di oggi.

di Giacomo Carraro